Ti ricordi la normalità?

Ci sono davvero poche persone. Anche vero che è mercoledì sera, e molti per partire magari scelgono il fine settimana. Oppure non partono proprio. Dopo aver comprato i biglietti per andare a trovare la mia cara amica Claudia in quel di Barcellona sono stata presa da un panico incontrollabile, sono stata inchiodata al muro da giudizi più o meno catastrofici riguardo la mia imminente partenza; e così, nell’angoscia più totale, avevo mandato un messaggio vocale a Claudia nel quale spiegavo che forse non potevo raggiungerla, che forse non era il caso, che forse sarebbe stato meglio di no. Che forse non era il momento per viaggiare e rinchiudersi in una scatoletta voltante per qualche ora. Lo sentivo dalla sua voce che era delusa dalla mia forse decisione di non partire, ma non potevo farci niente. Ero anche io stata risucchiata da quello stato di terrore che incombe su ciascuno di noi da quando la bomba del Covid19 è esplosa. Hai paura di muoverti, di uscire, di fare tutte quelle cose che prima erano comuni, normali, tranquillissime, ed ora invece sembrano il demonio in persona. Hai il terrore dei luoghi affollati (non che ce ne siano rimasti moltissimi…), hai paura del supermercato, del centro commerciale, dei luoghi chiusi (siamo tutti diventati all’unisono claustrofobici), guardi con circospezione vicini, parenti, conoscenti, amici, perché tutti potrebbero essere portatori di questo maledetto invisibile nemico. Siamo diventati tutti parte di una nuova normalità, dove normale è mantenersi a distanza di un metro dall’essere umano più vicino a te, è salutarsi toccandosi con i gomiti e non con un bell’abbraccio o una stretta di mano, è smart working ed insegnamento a distanza, è gel disinfettanti e mascherine. Ma poi, dormiente, c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella che abbiamo accantonato per un pò ma che poi, ad un certo punto, tornerà a galla e ci ricorderà che non siamo automi indipendenti, siamo esseri umani, siamo una delle specie più sociali che esistano su questo pianeta, abbiamo bisogno degli altri per definire la nostra stessa umanità. Come ho già scritto nell’articolo Social distance: isn’t it? Riflessioni sull’essere sociale: “abbiamo bisogno della presenza delle altre persone per definire noi stessi come esseri umani; avvertiamo il bisogno del rapporto con il prossimo per assicurarci del nostro posto nel mondo. E’ questa la caratteristica che ci distingue davvero dagli altri esseri viventi: necessitiamo la presenza di altri esseri umani per definire i confini stessi di umanità”.

Mi sono quindi fermata un attimo, ed in mezzo a tutte le incertezze, le paure, i forse, i se e i ma c’era una grandissima voglia di partire. Una voglia pazzesca di salire sull’aereo e guardare la città sotto i miei piedi allontanarsi veloce e diventare soltanto un intricato labirinto di lucine. Un desiderio assoluto di normalità, quella normalità tanto spesso bistrattata e data per scontata ma che oggi ci appare come un’oasi in un deserto. Così, la sera prima della forse-partenza, ho mandato un messaggio a Claudia semplicemente dicendole: “Ci vediamo domani”. Ho buttato in uno zainetto lillipuziano l’essenziale, ho fatto il check in ed ero pronta per essere di nuovo normale. L’aeroporto di Bergamo è pressoché vuoto; mi accodo ai volti mascherati per oltrepassare i controlli di sicurezza, e poi con passo veloce raggiungo il gate d’imbarco ed aspetto. E mentre aspetto faccio quello che ho sempre fatto nei momenti d’attesa: guardo le persone, mi racconto storie su di loro, presenze passeggere nel mio mondo. E nonostante le mascherine a coprire il viso e la distanza fisica che ci separa non noto differenze: siamo tutti uguali a prima, pezzi di un immenso tutto. Penso anche che se non fossi partita mi sarei poi sentita quasi umiliata dalla mia stessa decisione: non possiamo fermare il mondo, non possiamo smettere di vivere le nostre vite, perché sarebbe un pò come voler smettere di respirare. Se non avessi preso quel volo una settimana fa avrei silenziosamente accettato il fatto che non sono più io a prendere le decisioni nella mia vita. E questa cosa non possiamo accettarla. Dobbiamo semplicemente continuare a vivere con più consapevolezza, più cautela, con più calma. Mentre scrivo questo articolo ricevo il responso (in super ritardo) del mio tampone, obbligatorio per chiunque rientri da Croazia, Grecia, Malta, Francia e Spagna. Negativo. Se un cotton fioc gigante è il prezzo che dobbiamo pagare per un pizzico di normalità (con mascherina e gel al seguito) allora io sono pronta a pagare questo prezzo…

Chiunque tu sia. Qualunque cosa tu faccia. Qualunque sia la tua età anagrafica. Ovunque tu sia nel mondo. Qualunque sia la tua ideologia. Qualunque sia la tua visione del mondo. In qualsiasi cosa tu creda non smettere mai di correre. Non smettere mai di rincorrere quello che desideri ardentemente. Non fermarti. Continua a muoverti. Lascia che i tuoi sogni siano giganti perché sono le persone che sognano in grande quelle che realizzano cose che altri non hanno neanche avuto il coraggio di pensare. Viaggia come puoi. Non smettere mai di apprendere. Credici sempre.


Una risposta a "Ti ricordi la normalità?"

  1. È vero, cara Alice! Non dobbiamo mai smettere di essere sè stessi, nella bella e nella cattiva sorte. A volte le circostanze della vita ci pongono di fronte delle barriere che sembrano insuperabili, dinnanzi alle quali è facile perdere la”bussola” e non sapere quale comportamento mettere in atto.
    Ho notato che spesso la soluzione sta dentro di noi, per quello che siamo, per il nostro modo di sentire, di concepire la vita e di vivere i nostri affetti e rapporti sociali, che abbiamo maturato nel tempo.
    E allora tutto si compie…quasi da sé…con il fluire degli eventi ma…con la serenità nell’animo.
    Non ti chiedi nemmeno qual’è la cosa giusta, poiché non esiste qualcosa di giusto o sbagliato, ma qualcosa che ti guida per quello che sei e che solo tu sai.
    A volte la vita è dura ma dentro ognuno di noi c’è qualcosa che…la può ammorbidire.
    Buona Vita, Alice!

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