Il Natale visto da un’espatriata

Non sono mai stata una persona religiosa. Sì da piccola con tutta la famiglia si andava alla Messa di Natale ma quello che mi è sempre piaciuto di questo magico periodo dell’anno era proprio l’incanto, le lucine sparse ovunque, gli alberi addobbati, le vetrine dei negozi scintillanti, le guance rosse, lo spirito di festa che si respira semplicemente passeggiando nelle vie principali della mia città… Addirittura i soliti film di Natale che immancabilmente vengono ogni anno riproposti. Da bambina la mia famiglia si riuniva in una casetta piccina piccina, una casetta che tutti noi chiamavamo casa, un nido accogliente e dolce dove tutti avevano un posticino privilegiato: era appunto la casa dei miei nonni paterni. Un luogo magico che sembrava potesse ingrandirsi la notte della vigilia di Natale per ospitarci tutti. Una tradizione che è proseguita per anni quella di cenare tutti insieme la notte prima di Natale, con le canzoncine che si diffondevano in lontananza, la Stella di Natale che passava nelle vie principali, il panettone buono, i cibi deliziosi della mia amata nonna, la camminata infreddolita verso il Duomo, la già citata Messa di Natale con la famiglia, e poi di corsa a casa ad aprire i regali e a posizionare Gesù bambino nel presepe. Questo è il mio Natale, quello che, anche crescendo e cambiando tradizioni e abitudini, è sempre rimasto vivo nella mia mente nonostante ora alcuni dettagli stiano andando sbiadendosi purtroppo. Quando ho iniziato a lavorare in un centro commerciale poi però l’atmosfera natalizia ha iniziato a ricoprirsi di valenza negativa: era il periodo dell’anno che tutte noi commesse di centro commerciale odiamo di più; quello della gente che corre di qua e di là per i negozi senza salutare, ringraziare, guardarti in faccia, sorridere; era il periodo in cui la gente si ammassava all’interno di questa gigantesca scatoletta di latta e spingendosi e sbuffando raccattava regali all’ultimo minuto; era il periodo dell’anno dove le mie amate canzoncine natalizie venivano soffocate dagli urli e schiamazzi di personaggi innominabili che litigavano per l’ultimo gratta e vinci o per una partita al lotto. Negli ultimi anni odiavo il periodo natalizio; il mio lavoro e il mio approccio analitico alle situazioni che mi circondavano quotidianamente mi avevano portato ad odiare un periodo che per me era bellissimo. Un respiro di sollievo il giorno di Natale, ma poi di nuovo venivo risucchiata da quel buco nero.

Il Natale scorso invece è stato molto particolare ed unico: erano giorni di tensioni, ansie, pianti, sorrisi, coccole a casa, preparativi. Un Natale finalmente a casa dopo tantissimo tempo; un Natale con la mia famiglia prima di imbarcarmi per la mia grande avventura africana. Un Natale finalmente come volevo io, con il tempo per addobbare l’albero, passeggiare tra le bancarelle natalizie a Verona, cucinare con la mia mamma, ascoltare All I Want for Christmas is You e Michael Bublé all’infinito. Ed è proprio quello che mi mancherà quest’anno, impossibilitata ad allungare la mia permanenza in Italia un’altra settimana. Non so esattamente cosa sia, se il fuoco acceso, le lucine colorate, le canzoncine o che altro ancora, ma so semplicemente che mi mancherà tantissimo poter dire alla mia famiglia un “ti voglio bene” ricoperto dalla magica polverina dorata che in questo periodo dell’anno impreziosisce e rende tutto più magico.

Air Maroc, un suq ad alta quota

L’ho già scritto nel post precedente: ultimamente passo moltissimo tempo in aeroporto e questo mi concede del tempo da dedicare al people watching (come la mia carissima amica Claudia l’ha descritto): come uno spettatore a teatro osservo i generi di essere umano che mi sfilano sotto il naso, che creano inconsciamente storie di qualche minuto, qualche istante prima di scomparire per sempre dal mio palcoscenico. E quando mi capita di viaggiare con Royal Air Maroc, direzione Casablanca, prima di raggiungere di nuovo la foresta congolese, lo spettacolo è uno dei più esilaranti, più ridicoli e forse più snervanti per un occidentale DOC. Non è stata la prima volta, è oramai il mio terzo volo con questa compagnia ed ogni volta che salgo mi rendo immediatamente conto che non potrà essere un volo qualunque. Chi segue questo blog da un po’ di tempo lo sa bene: amo le diverse culture che popolano questo mondo, non parlo di razze perché è anacronistico e bigotto (mamma docet) ma quando si sale a bordo di un volo economico per il Marocco il 95% dei passeggeri è appunto marocchina. E la loro cultura, il loro modo di vivere è vuoi o non vuoi completamente differente dal nostro. E lo si capisce bene già al gate d’imbarco: persone che mai si sono viste prima iniziano ad intrattenere conversazioni di qualsiasi tipo, sbracciandosi, urlando, ridendo a pieni polmoni… E quando il gate finalmente annuncia la possibilità di imbarcarsi i passeggeri non creano una fila ordinata e singola, ma si disperdono di fronte al gate come tentacoli di un immenso polipo, continuando a parlare ed urlare. Quando finalmente riesci a farti spazio, passare l’ultimo controllo biglietto/passaporto e raggiungere l’aereo una situazione assurda ti si para di fronte: pacchi, sacchetti, valigette, borsoni, tutto viene stipato in modo irreale nei vani del velivolo, la signora al 30B urla parole incomprensibili a quella seduta al 16D, e questa risponde strillando e ridendo a due centimetri dal tuo naso, sorridendo gentilmente dopo averlo fatto, il ragazzo al 12C attacca una musica tipicamente “arabeggiante” a tutto volume, il vecchino cammina avanti ed indietro nel corridoio del suq volante, col biglietto in mano, con il fez schiacciato sulla testa e le babbucce da casa già ai piedi, il bambino al 5A inizia a piangere e viene passato ad una signora (non la sua mamma che è seduta al 5B) che si alza nel bel mezzo del caos pre partenza e cerca impassibile di calmarlo. Ti fermi un secondo a guardare la scena che si sta muovendo tutto intorno a te e l’unica cosa che puoi fare è sederti, sistemarti, sorridere e goderti lo spettacolo.

Vite in transito

Ultimamente passo moltissimo tempo nelle sale d’attesa degli aeroporti in giro per il mondo: Parigi, Casablanca, Addis, Brazzaville, Milano… Le lunghe ore di layover tra un volo e l’altro mi obbligano a diventare creativa, a ricercare nel microcosmo che mi si muove attorno attrattive che possano impegnare la mia mente, che facciano passare il “tempo morto”. Alle volte mi rintano nelle pagine di un libro, rincorro avventure vissute da altri protagonisti, mi perdo in universi lontani leggendo storie inesistenti, sorrido alle pagine autobiografiche di avventurieri del passato. Altre volte invece la storia la invento io, la creo in divenire, guardando la sfilata di generi umani che svogliatamente ed inconsapevolmente mi regala inaspettate istantanee di vita.

Mi ritrovo ad osservare queste vite in transito, vite ricorse, vite sospese; facce abbronzate solcate da sorrisi mesti che sono un chiaro segnale del ritorno alla realtà; occhi stanchi per le tante ore di volo nascosti dietro giganteschi occhiali da sole a qualunque ora del giorno e della notte; signore truccatissime strizzate in vestitini dai colori vivaci e ragazze acqua e sapone che come me per viaggiare scelgono sempre la comodità; businessmen in giacca e cravatta, completamente risucchiati da cellulari, tablet ed auricolari, mossi da fili inesistenti come marionette ad uno spettacolo di burattini; ragazzi schiacciati sotto il peso di enormi zaini che già di per sé avrebbero tante storie da raccontare; viaggiatori esperti che si muovono come in un balletto tra impacciati turisti alle prime armi, bloccati nel bel mezzo dei corridoi con le carte di imbarco tra le mani e lo sguardo interrogativo rivolto agli schermi luminosi; culture che si mescolano, si toccano, si guardano in faccia per pochi secondi per poi continuare la corsa ai loro gates; uomini, donne, bambini, anziani, disabili, musulmani, cristiani, indiani, tutti in bilico tra sconosciuto e quotidianità, routine ed avventura, sogno e realtà.

Verso casa…

E per la seconda volta mi ritrovo seduta a fissare il tabellone del Maya-Maya in attesa che compaia il mio volo che mi riporti in Italia. A casa. O meglio, che mi riporti al mio nido, perché ho capito che casa può essere ovunque nel mondo: può essere un luogo, un abbraccio, un sorriso, una persona, un oggetto, qualsiasi cosa sulla quale il nostro corpo, la nostra mente, il nostro cuore disegna ricordi belli, ricordi felici, ricordi che fanno sorridere l’anima. E quindi ora consapevolmente ammetto che Odzala è un po’ casa per me, un insieme di memorie, ricordi, pezzi di puzzle che mi fanno sorridere, mi fanno emozionare, mi fanno dire: “Ho voglia di tornare indietro”.

Stato

Spirito selvaggio

E mentre scrivo queste righe gli elefanti si muovono come ogni notte nella baia di fronte al campo, creando con le loro proboscidi immense voragini nel letto del fiume alla ricerca di sali minerali; silenziosi per la maggior parte del tempo improvvisamente scatenano un’orchestra di trombe, stridii e barriti che mi impediscono di riprender sonno. Chissà se tra loro c’è pure Lei, Spirit (come il cavallo selvaggio del cartone animato) soprannome pensato da me e da Adi, la guida che era con me quel giorno. Per lui non era neanche la prima volta: l’aveva già incontrata in foresta, insieme ad un nostro collega; ed un’altra volta ancora, sempre in quell’area della foresta dietro la baia di Lango. Ma quel giorno ero io la lead guide, lui a chiudere la fila in back up. Decidiamo a colazione di percorrere proprio quel percorso lunghissimo per mostrare ai clienti quanto questo luogo sia poliedrico: le cinque ore di camminata si snodano attraverso aree di foresta, di savana, zone paludose dove si cammina con l’acqua che arriva ben sopra i fianchi e poi di nuovo il fiume. Sono un po’ scettica perché il percorso lo conosco bene ma so che è uno tra i più difficili che proponiamo a Lango, ed uno dei più impegnativi per noi guide che dobbiamo rimanere attenti e vigili per diverse ore captando i minimi suoni e rumori che si rincorrono là fuori; decido di accettare nel momento in cui Adi, guida con più di dieci anni di esperienza, dice che sarà il mio back up. La camminata inizia in quelli che noi chiamiamo “Elephants’ boulevards”, viali in foresta creati da anni e anni di continui passaggi di questi pachidermi silenziosi; vediamo un gruppo di potamoceri ad una decina di metri da noi, due meravigliosi bonghi, le antilopi più maestose e massicce che si aggirano in foresta e un gruppo misto di scimmie ci danza sopra la testa. Dopo circa un’ora raggiungiamo la savana, una distesa indistinta e ai miei occhi immensa, dove già più di una volta ho avuto incontri ravvicinati con serpenti velenosi. Respiro profondamente, ricordo le regole di sopravvivenza ai clienti e mi tuffo. L’erba in savana è altissima, veniamo ingoiati da questo mare giallognolo dalle striature verdi che non ci permette di vedere più in là del nostro naso e dove ogni singolo passo è incerto su cosa possa esserci sotto di esso. La savana del Congo non è la savana che ho conosciuto in Sudafrica, è anche lei selvaggia, indomata e primordiale. Camminiamo molto lentamente e prego di raggiungere l’uscita nel più breve tempo possibile, perché come tutti i miei colleghi sanno, non amo affatto questo specifico passaggio.

Il suo barrito è talmente forte e vicino che ci fa tremare le pareti dello stomaco; la terra sotto i nostri piedi inizia letteralmente a muoversi; la Natura questa volta ci ha giocato contro, ci ha reso ciechi e incapaci di annusare l’aria, che ha spinto la nostra scia odorosa nella sua direzione. Non c’è il tempo di pensare, di ragionare, di trovare una via di fuga: Adi si posiziona alto su un termitaio, urlando a squarciagola e sciabolando il suo bastone da passeggio; io urlo soltanto RUN e punto la direzione opposta all’elefante in carica.

Mi è impossibile spiegare a parole quegli attimi, secondi nei quali non pensi a nulla, nella tua mente c’è il vuoto assoluto, ma sai che devi assolutamente rimanere calma e devi uscire da quella situazione nel più breve tempo possibile. Continuo a camminare, ho una mano insanguinata e non so neanche io perché, ma forse ho toccato una di quelle erbe urticanti nella corsa, rivolgo sguardi falsamente calmi ai clienti, dico che tra poco raggiungeremo un’area sicura, completamente lontana dal pericolo, penso ad Adi. In lontananza non sento più nulla, Spirit si deve essere calmata; vedo finalmente Adi camminare verso di noi, quindi rallento i miei passi e dopo un respiro purificatore sorrido ai clienti, permettendomi pure qualche battuta per cercare di spostare l’attenzione da quello che si è appena concluso: siamo appena stati caricati da una mamma elefante e siamo sopravvissuti tutti.

Citazione

Il profumo della foresta

Entrare nella foresta di notte è un’esperienza sensoriale: la vista si rigenera perdendosi nel verde sconfinato; l’udito si rasserena grazie al suono assordante del silenzio; il tatto si arriva grazie al contatto vitale con l’ambiente; il gusto e l’olfatto si inebriano grazie al profumo intenso dei suoi elementi. La foresta di notte ha il profumo di emozioni non ancora provate, di amori non ancora incontrati, di sensazioni primordiali, di libri antichi ordinatamente riposti in scaffali polverosi, di un buon bicchiere di vino rosso, di terra bagnata, di muschi selvatici, di purezza, di pioggia primaverile, di alberi secolari, di libertà.

Sotto una coperta di stelle la Notte sparge parsimoniosa questa essenza in tutti gli angoli della Foresta, regalando all’Uomo una porta per un altrove arcano, una dimensione che inesorabilmente è destinata a scomparire con le prime luci del nuovo giorno.

5 film per il 5 giugno – Giornata Mondiale dell’Ambiente 

Dal 1972 il 5 giugno è in tutto il mondo la giornata dedicata all’Ambiente. Ricollegandomi al post precedentemente pubblicato 🔙 voglio presentarvi una selezione di cinque film che elogiano la nostra Terra, film che ci ricordano, alcuni anche in modo drammatico ed intenso, il travagliato e magnifico rapporto tra noi e l’ambiente. 

  • Into the wild

Assoluto capolavoro del genere, basato sul romanzo Terre Estreme di John Krakauer, diretto da Sean Penn; un viaggio on the road che è al contempo un coinvolgente racconto di formazione, una riflessione continua sul desiderio innato di libertà, un canto appassionato all’infinita bellezza della natura ed una struggente rappresentazione della solitudine, che viaggia in parallelo  all’importanza della condivisione. 

  • Wild 

Adattamento cinematografico di uno scritto autobiografico, mostra uno spaccato d’America poco noto e meraviglioso. È il Pacific Crest Trail, sentiero escursionistico che dal confine degli Usa con il Messico arriva fino al Canada che Reese Whiterspoon (Cheryl Strayed) percorre in all’incirca due mesi, dopo aver perso la madre ed essere rimasta vittima dell’eroina. 

  • Dove sognano le formiche verdi

Racconta la storia di una compagnia petrolifera britannica che nei territori remoti dell’outback australiano cerca di convincere un gruppo di aborigeni a lasciare libera la propria terra, così da poter trivellare a caccia del petrolio. Gli aborigeni, ancorati alle  proprie credenze e tradizioni, tentano in tutti i modi possibili di opporsi all’inevitabile potenza economica. 

  • Before the flood – Punto di non ritorno 

Documentario shock pensato, prodotto e “vissuto” da un bravissimo ed impegnatissimo Leonardo di Caprio che incontrando scienziati, leader mondiali e attivisti discute e mostra terribili risvolti dei cambiamenti climatici ed espone possibili drastiche soluzioni. 

  • Qualcosa di straordinario 

La straordinaria storia del giorno in cui il governo americano e quello sovietico unirono le loro forze per salvare tre balene grigie intrappolate nel ghiaccio al largo della costa dell’Alaska.

• Non prendiamo per scontato questo pianeta 🌎 •