Digressione

Faccia a Faccia con la Nuova Me

È stata una sorpresa inaspettata e bellissima questa intervista; come si dice il caso: un mio caro amico ha parlato di me ad un giornalista e quest’ultimo, catturato dalla pazzia di una ragazza occidentale che decide di lasciare tutto per rincorrere un qualcosa che da molti è stato definito utopico, ha deciso di incontrarmi e di mettere nero su bianco un’esperienza di vita, un percorso accidentato e difficile che a fine giornata mi porta sempre a sorridere ed a pensare che sì, può essere stancante, pesante, duro, faticoso, ma se alla fine tutto questo mi porta ad avere questo sorriso sulla faccia non importa quello che gli altri dicono o pensano. Questa è la strada giusta per me.

Grazie ancora Mattia Francesconi per questo regalo e per aver reso giustizia ad un posto magico come l’Odzala National Park.

Buona lettura!!!

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Air Maroc, un suq ad alta quota

L’ho già scritto nel post precedente: ultimamente passo moltissimo tempo in aeroporto e questo mi concede del tempo da dedicare al people watching (come la mia carissima amica Claudia l’ha descritto): come uno spettatore a teatro osservo i generi di essere umano che mi sfilano sotto il naso, che creano inconsciamente storie di qualche minuto, qualche istante prima di scomparire per sempre dal mio palcoscenico. E quando mi capita di viaggiare con Royal Air Maroc, direzione Casablanca, prima di raggiungere di nuovo la foresta congolese, lo spettacolo è uno dei più esilaranti, più ridicoli e forse più snervanti per un occidentale DOC. Non è stata la prima volta, è oramai il mio terzo volo con questa compagnia ed ogni volta che salgo mi rendo immediatamente conto che non potrà essere un volo qualunque. Chi segue questo blog da un po’ di tempo lo sa bene: amo le diverse culture che popolano questo mondo, non parlo di razze perché è anacronistico e bigotto (mamma docet) ma quando si sale a bordo di un volo economico per il Marocco il 95% dei passeggeri è appunto marocchina. E la loro cultura, il loro modo di vivere è vuoi o non vuoi completamente differente dal nostro. E lo si capisce bene già al gate d’imbarco: persone che mai si sono viste prima iniziano ad intrattenere conversazioni di qualsiasi tipo, sbracciandosi, urlando, ridendo a pieni polmoni… E quando il gate finalmente annuncia la possibilità di imbarcarsi i passeggeri non creano una fila ordinata e singola, ma si disperdono di fronte al gate come tentacoli di un immenso polipo, continuando a parlare ed urlare. Quando finalmente riesci a farti spazio, passare l’ultimo controllo biglietto/passaporto e raggiungere l’aereo una situazione assurda ti si para di fronte: pacchi, sacchetti, valigette, borsoni, tutto viene stipato in modo irreale nei vani del velivolo, la signora al 30B urla parole incomprensibili a quella seduta al 16D, e questa risponde strillando e ridendo a due centimetri dal tuo naso, sorridendo gentilmente dopo averlo fatto, il ragazzo al 12C attacca una musica tipicamente “arabeggiante” a tutto volume, il vecchino cammina avanti ed indietro nel corridoio del suq volante, col biglietto in mano, con il fez schiacciato sulla testa e le babbucce da casa già ai piedi, il bambino al 5A inizia a piangere e viene passato ad una signora (non la sua mamma che è seduta al 5B) che si alza nel bel mezzo del caos pre partenza e cerca impassibile di calmarlo. Ti fermi un secondo a guardare la scena che si sta muovendo tutto intorno a te e l’unica cosa che puoi fare è sederti, sistemarti, sorridere e goderti lo spettacolo.

Verso casa…

E per la seconda volta mi ritrovo seduta a fissare il tabellone del Maya-Maya in attesa che compaia il mio volo che mi riporti in Italia. A casa. O meglio, che mi riporti al mio nido, perché ho capito che casa può essere ovunque nel mondo: può essere un luogo, un abbraccio, un sorriso, una persona, un oggetto, qualsiasi cosa sulla quale il nostro corpo, la nostra mente, il nostro cuore disegna ricordi belli, ricordi felici, ricordi che fanno sorridere l’anima. E quindi ora consapevolmente ammetto che Odzala è un po’ casa per me, un insieme di memorie, ricordi, pezzi di puzzle che mi fanno sorridere, mi fanno emozionare, mi fanno dire: “Ho voglia di tornare indietro”.

Ed il fango sulla faccia

Che poi anche quando lo racconto a casa, ad amici, parenti e persone a me care, non risulto molto credibile; già il fatto che io sia sbarcata in Congo e stia pure riuscendo a sopravviverci ad alcuni non va proprio giù, figurarsi poi quando racconto i dettagli. Sì, perché sono quelle sfumature, quei cambiamenti nel tono della voce, quelle vibrazioni sensoriali che modificano la storia; sono quelle piccole precisazioni, quei ricordi buttati sul tavolo a far cambiare idea alle persone, a mostrargli che davvero quelle cose che racconto le ho vissute proprio io, quella comune ragazza occidentale che nell’armadio in Italia ha ancora tutti i suoi vestiti floreali ed i suoi amati sandali, ma che qui, nella foresta intricata del Congo ha portato solo tanto spirito di adattamento e coraggio che manco sapevo esistesse. Il coraggio di non tirarsi indietro davanti a niente, il coraggio di dire sempre sì, il coraggio di trovarsi completamente ricoperta dal fango dopo quattro ore di camminata e riuscire pure a riderci sopra, il coraggio di dire “ci ho provato ma non ce l’ho fatta. Rifacciamolo”, il coraggio di cacciare indietro le lacrime nelle situazioni più assurde e riuscire ad apparire più forte, indipendente. Le foto che trovate in questo post sono state tutte scattate pochi giorni fa, durante una delle tante “Exploration trips” che io e gli altri membri del Guiding Team ci concediamo quando abbiamo giornate intere senza clienti. Sono giornate di pura esplorazione: la foresta a nostra disposizione è talmente immensa (l’Odzala-Kokoua è grande quasi quanto l’intera Campania, nonostante il nostro campo di azione si limita nella parte sud del parco) che non abbiamo chiaramente ancora avuto il tempo di esplorarla tutta e questi viaggi in The Heart of Darkness sono per noi un tornare ai tempi del caro Dottor Livingstone, sentirsi esattamente esploratori alla ricerca di un tesoro nascosto. Sentirsi ancora connessi con questa Natura. Sentirsi liberi.

Stato

Spirito selvaggio

E mentre scrivo queste righe gli elefanti si muovono come ogni notte nella baia di fronte al campo, creando con le loro proboscidi immense voragini nel letto del fiume alla ricerca di sali minerali; silenziosi per la maggior parte del tempo improvvisamente scatenano un’orchestra di trombe, stridii e barriti che mi impediscono di riprender sonno. Chissà se tra loro c’è pure Lei, Spirit (come il cavallo selvaggio del cartone animato) soprannome pensato da me e da Adi, la guida che era con me quel giorno. Per lui non era neanche la prima volta: l’aveva già incontrata in foresta, insieme ad un nostro collega; ed un’altra volta ancora, sempre in quell’area della foresta dietro la baia di Lango. Ma quel giorno ero io la lead guide, lui a chiudere la fila in back up. Decidiamo a colazione di percorrere proprio quel percorso lunghissimo per mostrare ai clienti quanto questo luogo sia poliedrico: le cinque ore di camminata si snodano attraverso aree di foresta, di savana, zone paludose dove si cammina con l’acqua che arriva ben sopra i fianchi e poi di nuovo il fiume. Sono un po’ scettica perché il percorso lo conosco bene ma so che è uno tra i più difficili che proponiamo a Lango, ed uno dei più impegnativi per noi guide che dobbiamo rimanere attenti e vigili per diverse ore captando i minimi suoni e rumori che si rincorrono là fuori; decido di accettare nel momento in cui Adi, guida con più di dieci anni di esperienza, dice che sarà il mio back up. La camminata inizia in quelli che noi chiamiamo “Elephants’ boulevards”, viali in foresta creati da anni e anni di continui passaggi di questi pachidermi silenziosi; vediamo un gruppo di potamoceri ad una decina di metri da noi, due meravigliosi bonghi, le antilopi più maestose e massicce che si aggirano in foresta e un gruppo misto di scimmie ci danza sopra la testa. Dopo circa un’ora raggiungiamo la savana, una distesa indistinta e ai miei occhi immensa, dove già più di una volta ho avuto incontri ravvicinati con serpenti velenosi. Respiro profondamente, ricordo le regole di sopravvivenza ai clienti e mi tuffo. L’erba in savana è altissima, veniamo ingoiati da questo mare giallognolo dalle striature verdi che non ci permette di vedere più in là del nostro naso e dove ogni singolo passo è incerto su cosa possa esserci sotto di esso. La savana del Congo non è la savana che ho conosciuto in Sudafrica, è anche lei selvaggia, indomata e primordiale. Camminiamo molto lentamente e prego di raggiungere l’uscita nel più breve tempo possibile, perché come tutti i miei colleghi sanno, non amo affatto questo specifico passaggio.

Il suo barrito è talmente forte e vicino che ci fa tremare le pareti dello stomaco; la terra sotto i nostri piedi inizia letteralmente a muoversi; la Natura questa volta ci ha giocato contro, ci ha reso ciechi e incapaci di annusare l’aria, che ha spinto la nostra scia odorosa nella sua direzione. Non c’è il tempo di pensare, di ragionare, di trovare una via di fuga: Adi si posiziona alto su un termitaio, urlando a squarciagola e sciabolando il suo bastone da passeggio; io urlo soltanto RUN e punto la direzione opposta all’elefante in carica.

Mi è impossibile spiegare a parole quegli attimi, secondi nei quali non pensi a nulla, nella tua mente c’è il vuoto assoluto, ma sai che devi assolutamente rimanere calma e devi uscire da quella situazione nel più breve tempo possibile. Continuo a camminare, ho una mano insanguinata e non so neanche io perché, ma forse ho toccato una di quelle erbe urticanti nella corsa, rivolgo sguardi falsamente calmi ai clienti, dico che tra poco raggiungeremo un’area sicura, completamente lontana dal pericolo, penso ad Adi. In lontananza non sento più nulla, Spirit si deve essere calmata; vedo finalmente Adi camminare verso di noi, quindi rallento i miei passi e dopo un respiro purificatore sorrido ai clienti, permettendomi pure qualche battuta per cercare di spostare l’attenzione da quello che si è appena concluso: siamo appena stati caricati da una mamma elefante e siamo sopravvissuti tutti.

Stato

• Virunga •

A distanza di anni dall’arrivo di Netflix in Italia decido di abbonarmi quasi esclusivamente per un unico motivo: vedere, anche se in ritardo, uno dei documentari più belli, veri ed al contempo crudeli e commoventi che siano mai stati prodotti sulla storia recente di uno dei paesi africani più disastrati e abbandonati dai media internazionali: il Congo. Il film documentario, pensato, prodotto e diretto da Orlando von Einsiedel in collaborazione con Leonardo DiCaprio, ripercorre la drammatica e recente Storia di alcuni territori orientali del Congo, rivolgendo una particolare attenzione al Parco Nazionale dei Virunga, il parco più antico del Paese, fondato nel lontano 1925 e protetto dal 1979 dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità in quanto culla primordiale ed ancora esistente degli ultimi gorilla di montagna (ad oggi la popolazione mondiale conta all’incirca 680 esemplari). Il documentario segue la storia di alcuni ranger e del direttore del Parco, l’ambientalista belga Emmanuel de Merode, uniti per difendere quest’area  dagli interessi degli speculatori, in uno scenario di conflitti e di instabilità politica perpetuati. L’immacolata bellezza del Parco Nazionale viene sconvolta e travolta dal vile e sporco denaro quando nel 2007 il Congo decide di rilasciare due concessioni petrolifere vicinissime ai confini del Parco alla Total (che sceglie però di rimanere nella legalità ed operare nel rispetto delle leggi nazionali ed internazionali sulla salvaguardia dell’ambiente) e alla Soco, compagnia londinese. La Soco, avvalendosi di aiuti provenienti dall’interno del Paese, letteralmente compra uomini vicini al Governo ed alle forze dell’ordine, e riesce ad insinuarsi oltre i confini del Parco, compiere ispezioni “ufficiose” nei pressi del Lago Edward, dentro al Virunga appunto, e a scovare giacimenti petroliferi proprio sotto il lago. Con carte alla mano e soldi sonanti nelle tasche i dirigenti della Soco richiedono al Governo congolese di appoggiare la prosecuzione dei lavori all’interno del Parco o, se questo fosse risultato impossibile, di SPOSTARE i confini di uno dei Parchi più antichi d’Africa per continuare le trivellazioni; tutto questo, oltre ad avere palesi ripercussioni sulla straordinaria biodiversità del Parco (non solo casa dei gorilla di montagna, ma anche di elefanti, gazzelle, antilopi, giraffe e un microcosmo inenarrabile) potrebbe provocare gravissimi disagi ai villaggi di pescatori che costellano le rive del Lago Albert, vicinissimo al Lago Edward. 

Il documentario tocca con mano lo sporco e viscido mondo degli affari e della politica internazionali, che si mescola e si avviluppa attorno alla vita del Parco Nazionale, che come un’enorme bolla di sapone cerca di difendersi con un manipolo di uomini innamorati della loro terra, mossi da un’unica voce, un unico desiderio: impedire la distruzione dei Virunga. A parte la toccante descrizione visiva della Storia del Congo quello che più emoziona, quello che arriva dritto al cuore è l’amore che questi uomini hanno verso la loro terra, il loro passato, la loro Natura. Il comprendere quanto importante siano gli 8000 chilometri quadrati del Parco per loro, per la popolazione congolese, per il futuro del Congo è la vera forza che li fa muovere, li trasforma in scudo umano contro la forza inarrestabile del denaro e delle speculazioni, li erge ad eroi nazionali senza che loro neanche se ne rendano conto. La tragica storia raccontata nel film prosegue ancora oggi e la lotta per la sopravvivenza nella Repubblica Democratica del Congo continua con migliaia di uccisioni di massa, stupri, corruzioni, sfruttamenti di risorse naturali da parte di chiunque e dittature incatenate al potere. 

Ho accettato di dare il meglio di me per far sì che la flora e la fauna selvatica possano essere salvaguardate al di là di tutte le pressioni, al di là di tutta la brama di denaro, al di là di tutto. Qualsiasi cosa dovesse accadermi, l’accetterò, perché non sono speciale. Non possiamo mostrarci deboli e permettere alla Soco di procedere indisturbata con il suo lavoro. Alla fine saremo giudicati se resteremo a guardare mentre il parco scompare; ma il nostro desiderio è che questo parco possa vivere per sempre.

Il cuoco vagabondo 

Ormai lo avrete capito, amo i viaggi e tutto quello che può in qualsiasi modo portare alla scoperta e alla conoscenza di vite ed universi lontani dal mio. È per questo che ultimamente, grazie al digitale terrestre, mi sono appassionata ad alcuni programmi che vengono mandati quotidianamente sul canale televisivo italiano della Feltrinelli, laeffe. Tra i tanti programmi che affascinano me e mia madre ce n’è uno che mi ha fatto esclamare sin dalla sua prima apparizione: “Accidenti questo è pazzo…vorrei proprio essere lui!!!”. Sto parlando del cuoco vagabondo, chef Fred Chesneau, sognatore, amante del mondo, ricercatore e, non in ultimis, cuoco di grand classe che potrebbe essere guidato nelle sue avventure on the road in giro per il mondo (conosciuto e non) da un mantra tipo questo: 

Quando è il viaggio che giustifica i mezzi, l’unico fine è scoprire stili di vita sempre nuovi, senza limiti né mezze misure. 

Ha girato in lungo e in largo, assaggiato i cibi più gustosi, speziati e ricercati, conosciuto le preparazioni più strane e complicate di ogni piatto senza fermarsi mai… Ed è vagabondo perché non è uno di quei cuochi che fanno visita ad altri grandi cuochi o chef stellati in giro per il mondo, ma esplora, oltre che l’eterogeneo universo culinario, gli usi e i costumi di popoli al limite della civiltà e della modernizzazione. È uno di quei personaggi con i quali mi piacerebbe oltremodo condividere una cena per poter viaggiare attraverso i suoi variegati racconti e i suoi strani aneddoti, attraverso la sua simpatia che lo ha fatto accettare benevolmente da popoli turisticamente lontani, come per esempio il Camerun, lo Sri Lanka, l’entroterra malgascio, popoli cambogiani… Se volete viaggiare anche voi con il simpaticissimo e bravissimo cuoco vagabondo seguite le sue puntate su laeffe tutti i giorni (dal lunedì al venerdì) alle ore 20:00 e in replica intorno alle 13:00.