Gorilla Experience

Li guardo attraverso le lenti del mio binocolo dondolarsi da un ramo all’altro come se fosse la cosa più semplice e naturale del mondo; cerco di indirizzare gli sguardi dei miei clienti verso quel piccolino che coraggiosamente si è lasciato alle spalle la mamma e si sta muovendo verso l’alto, là dove probabilmente ha notato esserci un’abbondanza di Grewia, un frutto delizioso dal sapore dolce amaro e dal caratteristico colore rosso purpureo che. E poi con lo sguardo seguo Ceres, una delle femmine del gruppo, che agilmente si sposta su un secondo albero vicinissimo a quello dove tutta la famiglia sta facendo colazione e in una manciata di secondi crea una sorta di nido/culla sospeso ad una decina di metri d’altezza per lei ed il suo piccolo. Lo sguardo dei clienti invece noto essere intrappolato in quel gigantesco ammasso di pelo di Neptuno, il silverback del gruppo, che con la sua immensa mole sta comodamente seduto ad una ventina di metri sopra le nostre teste. “Ma non c’è pericolo che cadano?” Mi domanda Chris, un miscuglio di preoccupazione e felicità. Sorrido ed annuisco, specialmente tra i giovani che ancora non destreggiano l’arte del bilanciamento. In quel preciso momento un segnale, un grugnito quasi impercettibile a noi piccole formichine al suolo coi nasi rivolti all’insù; un richiamo che dice a tutti “È tempo di muoversi”.

Leggiadri come farfalle tutti i 14 membri del gruppo scivolano lungo i rami principali e il tronco di questi imponenti giganti silenziosi e tra grugniti e monosillabi si avventurano nella densa foresta di Marantaceae; seguiamo i rumori di questi cugini pelosi mentre nuotano nella fitta foresta e raggiungono un’apertura, una dei tanti percorsi che i ricercatori hanno creato negli anni passati per permetterci di avvicinarci ai gruppi di gorilla. Grace, il nostro tracker, non mi parla; non ce n’è assolutamente bisogno. Comunichiamo a gesti e a sguardi, arte che ho appreso abbastanza bene nell’ultimo anno in foresta. Ci muoviamo non appena il gruppo ha raggiunto l’altra zona di foresta e Grace guardando il GPS mi dice solo una cosa. “Ils vont dans les racines”. Mi volto verso i clienti e nonostante la mascherina bianca mi copra metà viso (per evitare possibili trasmissioni di virus) notano un sorriso e uno scintillio di speranza nei miei occhi. Ci avventuriamo nuovamente in foresta, avvistiamo due individui seduti nel bel mezzo del trail intenti nella distruzione di un termitaio. La loro unica fonte proteica in un’immensa foresta equatoriale. Staccano parti più o meno grandi dal termitaio e le scuotono tra le mani, così da forzare la fuoriuscita delle termiti dagli innumerevoli cunicoli che formano questi castelli. L’azione si ripete più e più volte, i gorilla distruggono buona parte del termitaio ma non completamente per evitare che la colonia ne risenta negativamente. Non appena i due giovani ci lasciano libero il passaggio cautamente continuiamo a marciare, in un silenzio religioso, attenti a non fare troppo rumore camminando su un tappeto di foglie secche e rami caduti. Chiudo la fila, il tracker in prima posizione rallenta il passo e fa cenno con la mano “Malembe, malembe… Piano, piano”.

La famiglia ha raggiunto quelle che vengono definite root sites, isole nel bel mezzo della foresta che garantiscono una sighting impeccabile, perfetta, mostrando un comportamento che ancora oggi resta avvolto da dubbi e punti di domanda: la ricerca di radici di due specie comuni in questa foresta (Panda oleosa e Maranthes glabra). Un susseguirsi di scatti perfetti, comportamenti e atteggiamenti tutti diversi, pezzi di un unico puzzle. Un’ora di sighting che scorre via veloce, l’ultima ora prima delle mie vacanze, piena di emozioni e cose da raccontare. Un’ultima ora perfetta per dire arrivederci a questa foresta e ai suoi abitanti misteriosi.

The forest shows you exactly what you deserve to see.

Liam Charlton

Le storie dietro le fotografie

Mi hanno sempre affascinato le storie dietro (o dentro) le fotografie; quando vedo uno scatto particolare mi domando sempre quale sia l’anima, la storia che il fotografo ha volutamente o non costruito all’interno di quello scatto. Le immagini che seguono sono solo alcune delle istantanee di vita nella foresta che sono stata in grado di immortalare “nascondendomi” per due giorni di fila in una “hide”, una specie di nascondiglio segreto che altre due guide alcune settimane fa hanno costruito proprio nella baia di Lango; un luogo dove appostarsi per ore e godere della meraviglia della natura, immergersi completamente nella quotidianità senza minimamente sconvolgere il comportamento degli animali. Il primo pomeriggio io ed il mio cliente siamo stati circondati per ore da una mandria di bufali, inizialmente allarmati dal nostro odore ma poco dopo, convintisi della non presenza umana nella baia (ovviamente potevano ancora avvertire il nostro odore, ma non avendo una visuale su di noi il loro interesse è via via andato sfumandosi) sono tornati alla loro routine, alla loro pace. Un secondo gruppo si avvicina alla baia e quasi ci sorprende per quanto alcuni membri (foto2) si spingano vicinissimi alla hide, cercando di scovare gli intrusi, volenterosi di proteggere la propria famiglia. Ma anche in questo caso, rimanendo immobili ed attenti, dopo una mezz’ora di avvicinamenti e mock charges nella nostra direzione, siamo riusciti ad allontanare il loro interesse e ad immergerci nuovamente e segretamente nella loro vita all’interno della baia. Il mattino seguente invece uno degli spettacoli più affascinanti vissuti all’Odzala si è manifestato di fronte ai nostri occhi… Centinaia di pappagalli cenerini atterrano proprio nelle zone fangose di fronte alla hide per ottenere sali e minerali necessari nella loro dieta; un fenomeno questo stagionale e comunque non garantito: i pappagalli sorvolano generalmente differenti zone fangose (mud patches) ogni mattina e di giorno in giorno il loro spot ideale si modifica, quindi non si può mai essere certi di incontrarli nella baia. Ma quella mattina, dopo un appostamento di un’ora, i pappagalli hanno iniziato uno dopo l’altro in gruppi più o meno compatti ad atterrare di fronte a noi, regalandoci uno degli spettacoli più armoniosi e colorati che si possano vivere qui ad Odzala. Spero che ognuno di voi chiudendo gli occhi dopo la lettura di questo breve post possa immaginare di essere nascosto all’interno di questa hide, possa sentire il fango sotto le proprie scarpe, il suono melodico e sempre diverso dei pappagalli cenerini, il battito d’ali silenzioso di centinaia di piccioni verdi africani, immancabili protagonisti di Lango, e le pulsazioni un po’ accelerate nel momento in cui un bufalo dimostra particolare interesse verso di noi. Spero davvero che ognuno possa vedere tutto questo almeno una volta nella vita e dire “io l’ho vissuto”.

Il Natale visto da un’espatriata

Non sono mai stata una persona religiosa. Sì da piccola con tutta la famiglia si andava alla Messa di Natale ma quello che mi è sempre piaciuto di questo magico periodo dell’anno era proprio l’incanto, le lucine sparse ovunque, gli alberi addobbati, le vetrine dei negozi scintillanti, le guance rosse, lo spirito di festa che si respira semplicemente passeggiando nelle vie principali della mia città… Addirittura i soliti film di Natale che immancabilmente vengono ogni anno riproposti. Da bambina la mia famiglia si riuniva in una casetta piccina piccina, una casetta che tutti noi chiamavamo casa, un nido accogliente e dolce dove tutti avevano un posticino privilegiato: era appunto la casa dei miei nonni paterni. Un luogo magico che sembrava potesse ingrandirsi la notte della vigilia di Natale per ospitarci tutti. Una tradizione che è proseguita per anni quella di cenare tutti insieme la notte prima di Natale, con le canzoncine che si diffondevano in lontananza, la Stella di Natale che passava nelle vie principali, il panettone buono, i cibi deliziosi della mia amata nonna, la camminata infreddolita verso il Duomo, la già citata Messa di Natale con la famiglia, e poi di corsa a casa ad aprire i regali e a posizionare Gesù bambino nel presepe. Questo è il mio Natale, quello che, anche crescendo e cambiando tradizioni e abitudini, è sempre rimasto vivo nella mia mente nonostante ora alcuni dettagli stiano andando sbiadendosi purtroppo. Quando ho iniziato a lavorare in un centro commerciale poi però l’atmosfera natalizia ha iniziato a ricoprirsi di valenza negativa: era il periodo dell’anno che tutte noi commesse di centro commerciale odiamo di più; quello della gente che corre di qua e di là per i negozi senza salutare, ringraziare, guardarti in faccia, sorridere; era il periodo in cui la gente si ammassava all’interno di questa gigantesca scatoletta di latta e spingendosi e sbuffando raccattava regali all’ultimo minuto; era il periodo dell’anno dove le mie amate canzoncine natalizie venivano soffocate dagli urli e schiamazzi di personaggi innominabili che litigavano per l’ultimo gratta e vinci o per una partita al lotto. Negli ultimi anni odiavo il periodo natalizio; il mio lavoro e il mio approccio analitico alle situazioni che mi circondavano quotidianamente mi avevano portato ad odiare un periodo che per me era bellissimo. Un respiro di sollievo il giorno di Natale, ma poi di nuovo venivo risucchiata da quel buco nero.

Il Natale scorso invece è stato molto particolare ed unico: erano giorni di tensioni, ansie, pianti, sorrisi, coccole a casa, preparativi. Un Natale finalmente a casa dopo tantissimo tempo; un Natale con la mia famiglia prima di imbarcarmi per la mia grande avventura africana. Un Natale finalmente come volevo io, con il tempo per addobbare l’albero, passeggiare tra le bancarelle natalizie a Verona, cucinare con la mia mamma, ascoltare All I Want for Christmas is You e Michael Bublé all’infinito. Ed è proprio quello che mi mancherà quest’anno, impossibilitata ad allungare la mia permanenza in Italia un’altra settimana. Non so esattamente cosa sia, se il fuoco acceso, le lucine colorate, le canzoncine o che altro ancora, ma so semplicemente che mi mancherà tantissimo poter dire alla mia famiglia un “ti voglio bene” ricoperto dalla magica polverina dorata che in questo periodo dell’anno impreziosisce e rende tutto più magico.

Digressione

Faccia a Faccia con la Nuova Me

È stata una sorpresa inaspettata e bellissima questa intervista; come si dice il caso: un mio caro amico ha parlato di me ad un giornalista e quest’ultimo, catturato dalla pazzia di una ragazza occidentale che decide di lasciare tutto per rincorrere un qualcosa che da molti è stato definito utopico, ha deciso di incontrarmi e di mettere nero su bianco un’esperienza di vita, un percorso accidentato e difficile che a fine giornata mi porta sempre a sorridere ed a pensare che sì, può essere stancante, pesante, duro, faticoso, ma se alla fine tutto questo mi porta ad avere questo sorriso sulla faccia non importa quello che gli altri dicono o pensano. Questa è la strada giusta per me.

Grazie ancora Mattia Francesconi per questo regalo e per aver reso giustizia ad un posto magico come l’Odzala National Park.

Buona lettura!!!

Citazione

Lango Baï

• What we are doing to the forests of the world is but a mirror reflection of what we are doing to ourselves and to one another •


Quello che stiamo facendo alle foreste del mondo non è altro che un riflesso di quello che stiamo facendo a noi stessi ed agli altri

Vite in transito

Ultimamente passo moltissimo tempo nelle sale d’attesa degli aeroporti in giro per il mondo: Parigi, Casablanca, Addis, Brazzaville, Milano… Le lunghe ore di layover tra un volo e l’altro mi obbligano a diventare creativa, a ricercare nel microcosmo che mi si muove attorno attrattive che possano impegnare la mia mente, che facciano passare il “tempo morto”. Alle volte mi rintano nelle pagine di un libro, rincorro avventure vissute da altri protagonisti, mi perdo in universi lontani leggendo storie inesistenti, sorrido alle pagine autobiografiche di avventurieri del passato. Altre volte invece la storia la invento io, la creo in divenire, guardando la sfilata di generi umani che svogliatamente ed inconsapevolmente mi regala inaspettate istantanee di vita.

Mi ritrovo ad osservare queste vite in transito, vite ricorse, vite sospese; facce abbronzate solcate da sorrisi mesti che sono un chiaro segnale del ritorno alla realtà; occhi stanchi per le tante ore di volo nascosti dietro giganteschi occhiali da sole a qualunque ora del giorno e della notte; signore truccatissime strizzate in vestitini dai colori vivaci e ragazze acqua e sapone che come me per viaggiare scelgono sempre la comodità; businessmen in giacca e cravatta, completamente risucchiati da cellulari, tablet ed auricolari, mossi da fili inesistenti come marionette ad uno spettacolo di burattini; ragazzi schiacciati sotto il peso di enormi zaini che già di per sé avrebbero tante storie da raccontare; viaggiatori esperti che si muovono come in un balletto tra impacciati turisti alle prime armi, bloccati nel bel mezzo dei corridoi con le carte di imbarco tra le mani e lo sguardo interrogativo rivolto agli schermi luminosi; culture che si mescolano, si toccano, si guardano in faccia per pochi secondi per poi continuare la corsa ai loro gates; uomini, donne, bambini, anziani, disabili, musulmani, cristiani, indiani, tutti in bilico tra sconosciuto e quotidianità, routine ed avventura, sogno e realtà.

Verso casa…

E per la seconda volta mi ritrovo seduta a fissare il tabellone del Maya-Maya in attesa che compaia il mio volo che mi riporti in Italia. A casa. O meglio, che mi riporti al mio nido, perché ho capito che casa può essere ovunque nel mondo: può essere un luogo, un abbraccio, un sorriso, una persona, un oggetto, qualsiasi cosa sulla quale il nostro corpo, la nostra mente, il nostro cuore disegna ricordi belli, ricordi felici, ricordi che fanno sorridere l’anima. E quindi ora consapevolmente ammetto che Odzala è un po’ casa per me, un insieme di memorie, ricordi, pezzi di puzzle che mi fanno sorridere, mi fanno emozionare, mi fanno dire: “Ho voglia di tornare indietro”.