La verità nelle fotografie

Sono successe così tante cose che non mi è possibile elencarle tutte; sfuggono alla memoria e cambiano costantemente forma come le nuvole durante la stagione delle piogge qui in Congo. Qui in Congo. Un anno fa tutto questo era ancora una semplice possibilità, un susseguirsi di colloqui e mail, un cercare di convincere persone a chilometri di distanza della mia testardaggine e del mio volerlo davvero, pur non immaginando minimamente la grande esperienza di vita che ne sarebbe seguita. Un sogno dai contorni sbiaditi, come fosse visto da lontano e non fosse possibile mettere a fuoco l’immagine. Poi l’8 dicembre la mail che ha cambiato l’andamento della mia vita negli ultimi 11 mesi. Era il direttore della compagnia che con simpatia e dolcezza mi invitava ad imbarcarmi in questa avventura, mi chiedeva di diventare parte della famiglia Odzala. Corse contro il tempo per avere tutti i documenti necessari, il visto, le vaccinazioni, vestiti, binocolo, gps… Tutto quello che avevo da tanto tempo sperato vissuto in un time lapse.

Lo scorso Natale con la famiglia è stato vissuto con un sapore diverso, un retrogusto di cambiamenti totali non soltanto per me ma per tutta la mia famiglia che da sempre ha sostenuto questa svolta nella mia vita. La felicità e i sorrisi si intrecciavano ad abbracci e pianti sommessi; ho vissuto quegli ultimi giorni a casa sottomessa ad un turbine di emozioni che mi prendevano lo stomaco e non mi lasciavano quasi respirare. “Ma starò facendo una cazzata? E se poi non mi piace? E se poi non ce la faccio? E se è troppo difficile? Ma è la cosa giusta?” La solita me che cercava di dare risposte a domande che non potevano ancora trovare risposta; la solita me che voleva tenere tutto sotto controllo, quando invece doveva soltanto lasciare le redini e fidarsi del suo istinto fino in fondo per una volta.

Il 6 gennaio la partenza; fisica, mentale, psicologica, una partenza che ha lasciato mamma e papà in aeroporto con le lacrime soffocate sotto un sorriso un po’ sforzato e ha metaforicamente dato un calcio nel c**o a tutti quelli che pensavano fosse soltanto “una cosa passeggera”, come fosse un’influenza. L’arrivo in Congo è stato… Non ve lo so descrivere a parole; è stato come tutte le cose più grandi di noi spaventoso. Non mi nascondo dietro niente, lo ammetto orgogliosa e fiera di essermi sbagliata. Le prime settimane volevo correre a casa, volevo tornare alla mia vita, a quella che mi vedeva muovermi tipo pedina nella mia comfort zone avanti ed indietro da un centro commerciale, serate con amici, cinema, cene fuori, serate in famiglia. Volevo in maniera smisurata qualcuno che dicesse: “Ecco qua il tuo biglietto per ritornare da dove sei venuta”. Poi, non so bene quando, non so bene dove o perché, il mio cervello ha fatto click, ha spento e riattivato i sistemi e ha guardato forse per la prima volta quello che mi stava succedendo in maniera quasi oggettiva, da fuori, spettatrice di me stessa. E ho sorriso. E ho continuato a sorridere. E a crederci. Anche dopo essermi persa in foresta. Anche dopo la prima carica di un’elefante. Anche dopo le centinaia di cicatrici che hanno iniziato a dipingere il mio corpo, piccoli ricordi di percorsi in foresta in mezzo a liane, spine ed insetti. Anche dopo che SJ, la ragazza con la quale avevo più legato nei primi mesi, ha deciso di andarsene perché “troppo difficile e distante da tutto”. Anche dopo essermi persa nuovamente in foresta. Una delle cose più belle e gratificanti successe in quest’anno è l’essere riuscita a conquistare la fiducia ed il rispetto di persone che sono sicura all’inizio mi vedevano come “la ragazza occidentale, che cacchio ci fa qui, adesso intanto molla”. Poco alla volta, senza che lo esplicitassi, anche a casa hanno capito che qualcosa era cambiato. Il sorriso nelle foto era diverso, era vero, sincero, pulito; le fotografie parlavano e spiegavano cose che a chilometri di distanza sono davvero difficili da descrivere: le camminate nel fango, le giornate passate in foresta, le corse sotto la pioggia scrosciante, le risate con persone sconosciute che ora chiamo amici; le fotografie erano la prova tangibile che andava tutto bene. I mesi correvano via veloci e pieni di esperienze, emozioni, collage di ricordi, volti nuovi, presenze, alcune passeggere altre più durature.

E voltandomi adesso vedo un percorsi tutto in salita, vedo i chilometri macinati in questi mesi, vedo il sudore, i pianti, le risate, i piedi nudi nell’acqua, le spine nei piedi, le partite a carte, i sorrisi, i campeggi, gli scarafaggi nel letto, gli elefanti silenziosi, i bufali curiosi, le iene chiacchierone, i gorilla, le lucciole a Mboko, la pioggia che culla a Ngaga, il concerto di rane a Lango. Rivedo tutto solo chiudendo gli occhi. E sorrido.


8 risposte a "La verità nelle fotografie"

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