Spirito selvaggio

E mentre scrivo queste righe gli elefanti si muovono come ogni notte nella baia di fronte al campo, creando con le loro proboscidi immense voragini nel letto del fiume alla ricerca di sali minerali; silenziosi per la maggior parte del tempo improvvisamente scatenano un’orchestra di trombe, stridii e barriti che mi impediscono di riprender sonno. Chissà se tra loro c’è pure Lei, Spirit (come il cavallo selvaggio del cartone animato) soprannome pensato da me e da Adi, la guida che era con me quel giorno. Per lui non era neanche la prima volta: l’aveva già incontrata in foresta, insieme ad un nostro collega; ed un’altra volta ancora, sempre in quell’area della foresta dietro la baia di Lango. Ma quel giorno ero io la lead guide, lui a chiudere la fila in back up. Decidiamo a colazione di percorrere proprio quel percorso lunghissimo per mostrare ai clienti quanto questo luogo sia poliedrico: le cinque ore di camminata si snodano attraverso aree di foresta, di savana, zone paludose dove si cammina con l’acqua che arriva ben sopra i fianchi e poi di nuovo il fiume. Sono un po’ scettica perché il percorso lo conosco bene ma so che è uno tra i più difficili che proponiamo a Lango, ed uno dei più impegnativi per noi guide che dobbiamo rimanere attenti e vigili per diverse ore captando i minimi suoni e rumori che si rincorrono là fuori; decido di accettare nel momento in cui Adi, guida con più di dieci anni di esperienza, dice che sarà il mio back up. La camminata inizia in quelli che noi chiamiamo “Elephants’ boulevards”, viali in foresta creati da anni e anni di continui passaggi di questi pachidermi silenziosi; vediamo un gruppo di potamoceri ad una decina di metri da noi, due meravigliosi bonghi, le antilopi più maestose e massicce che si aggirano in foresta e un gruppo misto di scimmie ci danza sopra la testa. Dopo circa un’ora raggiungiamo la savana, una distesa indistinta e ai miei occhi immensa, dove già più di una volta ho avuto incontri ravvicinati con serpenti velenosi. Respiro profondamente, ricordo le regole di sopravvivenza ai clienti e mi tuffo. L’erba in savana è altissima, veniamo ingoiati da questo mare giallognolo dalle striature verdi che non ci permette di vedere più in là del nostro naso e dove ogni singolo passo è incerto su cosa possa esserci sotto di esso. La savana del Congo non è la savana che ho conosciuto in Sudafrica, è anche lei selvaggia, indomata e primordiale. Camminiamo molto lentamente e prego di raggiungere l’uscita nel più breve tempo possibile, perché come tutti i miei colleghi sanno, non amo affatto questo specifico passaggio.

Il suo barrito è talmente forte e vicino che ci fa tremare le pareti dello stomaco; la terra sotto i nostri piedi inizia letteralmente a muoversi; la Natura questa volta ci ha giocato contro, ci ha reso ciechi e incapaci di annusare l’aria, che ha spinto la nostra scia odorosa nella sua direzione. Non c’è il tempo di pensare, di ragionare, di trovare una via di fuga: Adi si posiziona alto su un termitaio, urlando a squarciagola e sciabolando il suo bastone da passeggio; io urlo soltanto RUN e punto la direzione opposta all’elefante in carica.

Mi è impossibile spiegare a parole quegli attimi, secondi nei quali non pensi a nulla, nella tua mente c’è il vuoto assoluto, ma sai che devi assolutamente rimanere calma e devi uscire da quella situazione nel più breve tempo possibile. Continuo a camminare, ho una mano insanguinata e non so neanche io perché, ma forse ho toccato una di quelle erbe urticanti nella corsa, rivolgo sguardi falsamente calmi ai clienti, dico che tra poco raggiungeremo un’area sicura, completamente lontana dal pericolo, penso ad Adi. In lontananza non sento più nulla, Spirit si deve essere calmata; vedo finalmente Adi camminare verso di noi, quindi rallento i miei passi e dopo un respiro purificatore sorrido ai clienti, permettendomi pure qualche battuta per cercare di spostare l’attenzione da quello che si è appena concluso: siamo appena stati caricati da una mamma elefante e siamo sopravvissuti tutti.


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