Digressione

Perché gli italiani dovrebbero essere contrari allo Ius Soli

Sul capitolo “immigrazione” si stanno scrivendo capitoli interi della Storia della nostra società, racconti stratificati di migranti ed extracomunitari abbarbicati sulle spalle di questa povera Italia che si mantiene oramai da troppo tempo instabile sull’orlo di un precipizio e che preferisce fagocitare indistintamente giovani d’oltremare piuttosto che prendersi cura del futuro dei suoi figli. C’è chi leggendo queste prime righe penserà che i miei pensieri siano intrisi di razzismo e sentimento xenofobo, ma così non è; seguono soltanto una delle vicende che da mesi fa discutere e parlare di sè, senza alle volte capirne bene la questione cardine: sto parlando del famigerato Ius Soli, legge caldamente sostenuta dal Pd, osteggiata dalle forze di opposizione come Lega Nord e Forza Italia, legge che di fatto comporta la concessione automatica della cittadinanza a chiunque nasca nel nostro Paese, o che almeno abbia frequentato cinque anni la nostra scuola ed abbia così ipoteticamente appreso i fondamenti essenziali della cultura italiana. Ma queste sono solo bazzecole, quisquilie politiche e falsamente filantropiche che nascondono il vero nocciolo della questione; perché l’estensione della cittadinanza italiana non è argomentazione di destra o sinistra, ma è una questione nazionale. È quindi necessario e lecito che ogni cittadino italiano si ponga una semplicissima domanda: è corretto che la cittadinanza venga riconosciuta a chiunque nasca all’interno dei confini italici, diversamente da come avviene ora, e quindi anche indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori? È universalmente corretto che una legge venda la cittadinanza italiana come un semplice prodotto da banco? 

Non sono contraria all’integrazione, al multiculturalismo e al melting pot per la costruzione di un’identità condivisa; sono contraria all’omologazione di fabbrica, alla distruzione stessa del concetto di cittadinanza. La cittadinanza italiana non è un valido strumento di integrazione, non serve possedere un foglio per sentirsi parte di una stessa comunità o per atteggiarsi come tali; la cittadinanza italiana comporta in primis regole, diritti e doveri che ogni singolo cittadino deve o dovrebbe sostenere e rispettare. Anzi, se lanciamo uno sguardo ai nostri vicini di casa, i francesi ed i belgi, ci rendiamo conto di come questa legge abbia chiaramente fallito: all’interno dei loro paesi con il riconoscimento di fatto della cittadinanza nella maggior parte dei casi non si è ottenuto un allargamento della società esistente ma il contrario, ovvero la nascita di un mosaico ininterrotto ed eterogeneo di comunità totalmente diverse. La cittadinanza italiana è necessaria se non fondamentale per la tutela della cultura e dell’identità della nostra popolazione e quindi per la nostra sopravvivenza messa ogni giorno sempre più a rischio da uno sbilanciamento etnico e di fatto anche demografico con generazioni che per motivi religiosi, sociali, culturali e chi più ne ha più ne metta non potranno mai fondersi completamente. Quando parlando citiamo “l’etnicità” di una persona non rivestiamo tale appellativo di valenza razzista, ma riconosciamo l’universalità di tale caratterizzazione: parlando ad esempio di un cinese a tutti in modo universale verranno in mente determinati canoni fisici, l’appartenenza allo stesso ceppo linguistico, la stessa millenaria cultura.  

Prendiamo anche in considerazione il fatto che una legge del genere, che garantirebbe la cittadinanza a chiunque si trovi nel Paese al momento della nascita (fermo restando regolare permesso di soggiorno da parte di almeno uno dei coniugi nella coppia), potrebbe essere un fattore scatenante per una sempre maggiore ondata di immigrazioni nel nostro Paese (cosa che già avviene nei paesi europei che adottano questa norma). Moltissimi paesi nei quali lo Ius Soli era stato precedentemente approvato e messo in atto hanno fatto marcia indietro e hanno ammesso la sconfitta abbandonando la concessione della cittadinanza (lo ius soli che è così di moda è stato abbandonato in 53 anni da 37 nazioni #“The Citizenship Laws Dataset”). Non serve regalare la cittadinanza agli immigrati per esasperare l’idea di accoglienza e di generosità; non serve a niente rendere sulla carta tutti uguali gli uni agli altri indistintamente se poi l’omogeneità non si concretizza nella società esistente; non ha senso se non addirittura è paradossale l’idea che noi italiani possiamo accettare di perdere la nostra identità culturale e storica per un’omologazione legalizzata. 

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