Perché nessuno parla dei Rohingya, il popolo che nessuno vuole

Dei Rohingya, in Italia e in generale in Europa, ignoriamo probabilmente anche  l’esistenza. Io ho scoperto questa minoranza etnica intrappolata nei territori a nord del Myanmar (ex Birmania) leggendo mesi fa un articolo incastonato tra servizi di moda e viaggi eco-chic: una comunità di etnia musulmana non riconosciuta e non accettata da nessuno Stato del Sud-est asiatico; il maggior numero di Rohingya vive (o viveva) stabilmente nella regione del Rakhine, a nord del Myanmar ed al confine col Bangladesh (regione verso la quale oggi migliaia di Rohingya intravedono la salvezza, una via di fuga dalle atrocità che si stanno perpetuando nei loro confronti da diversi anni, ma che ultimamente sono state classificate dall’ONU come “crimini contro l’umanità”); una minoranza etnica nelle pacifiche terre buddiste la cui esistenza viene negata persino dal Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, politica birmana ora a Capo del Paese, attiva per moltissimi anni nella difesa dei diritti umani. La storia della persecuzione dei Rohingya viaggia in parallelo a quella del Myammar. L’ex Birmania, infatti, con le elezioni del 2015 riesce a voltar pagina, mettendo fine alla dittatura militare che nel corso dei decenni  aveva ridotto il Paese ad uno dei più poveri e dei meno democratici al mondo. La svolta è arrivata proprio con la vittoria del Partito Democratico della Suu Kyi, che avviò il lento e lungo processo di democratizzazione del Paese. Apertura, svolta, miglioramento, tutte cose che non hanno fatto altro che peggiorare se possibile l’esistenza in bilico di questa minoranza etnica. Senza alcuna protezione da parte delle istituzioni e vittime di continue discriminazioni razziali, i Rohingya vivono ai confini della società, rinchiusi in ghetti-non-ghetti all’interno di baracche fatiscenti. Sono sottoposti a continue minacce e rastrellamenti della polizia (azioni che vengono minimizzate se non addirittura difese dalla Suu Kyi, la quale ha sostenuto in varie occasioni la legittimazione delle azioni poliziesche nei confronti del popolo Rohingya appellandosi a leggi costituzionali); i loro villaggi sono spesso bruciati e le donne violentate, mentre gli uomini vengono massacrati di botte ed arrestati. Il popolo fantasma viene definito; il popolo che nessuno vuole e di cui nessuno vuole interessarsi; il popolo inesistente e silenzioso. Mentre noi occidentali accogliamo a braccia aperte le migliaia di profughi che giornalmente sbarcano sulle nostre coste senza documenti nè identità, preoccupandoci delle loro condizioni sanitarie precarie, ignorandone alle volte persino la provenienza e la storia, i Paesi al confine col Myanmar mostrano reazioni dure e spesso ostili nei confronti di questi eterni apolidi, rimandando le imbarcazioni stracariche di reietti nel loro Paese d’origine, Paese che ne nega l’esistenza, che non ne accetta la sopravvivenza, che ha posto le basi oramai consolidate di un genocidio di massa organizzato. Ma per quale assurdo motivo questa situazione catastrofica paragonabile alla pulizia razziale messa in atto nella Seconda Guerra Mondiale nella Germania nazista non viene sbandierata sui giornali? Perché le Organizzazioni Internazionali non si mobilitano per cercare di interrompere la tragedia dimenticata dei Rohingya? Non so rispondere a queste domande, perché non sono nessuno, sono soltanto una ragazza con un occhio aperto verso il mondo che mi circonda, ma penso che il pericolo maggiore di questo silenzio e di questo disinteresse mondiale sia la reale possibilità che ci si possa accorgere del genocidio dei Rohingya troppo tardi, quando si scriveranno articoli di cronaca nera del massacro oramai terminato e non più in atto.  


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